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Si è svolto sabato 18 maggio a Baggiovara (Modena) il convegno  “Universi a confronto: nuove sinergie fra Assistenti sociali e Associazionismo”, organizzato da   Anpas Emilia-Romagna e AIASF Associazione italiana Assistenti Sociali e Formatori.

Scopo dell’incontro la conoscenza reciproca e  la condivisione di esperienze, un primo step per costruire una percorso comune finalizzato ad offrire  ai cittadini, e soprattutto a quelli più deboli o che si trovano in situazioni di disagio,  un servizio sempre più efficace e adatto alle diverse e specifiche esigenze.

La mattinata, condotta da Elisa Comandini (Assistente Sociale, componente Direttivo Aiasf, consigliera Ordine Assistenti Sociali Emilia-Romagna)  ha fornito un chiaro panorama delle reciproche competenze ed esperienze, passando dalla gestione dell’ordinario a quella più complessa che si mette in atto durante  le  emergenze di protezione civile e non solo.

Dopo i saluti di Miriam Ducci, presidente Anpas Emilia-Romagna che ha definito “fondamentale  la collaborazione fra associazionismo e assistenti sociali” e del vice-presidente Anpas Nazionale Carlo Castellucci che ha auspicato l’inizio di un percorso comune che partendo da Modena possa poi estendersi a tutta la regione e anche a livello nazionale, è intervenuto il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli.

«A Modena – ha ricordato il primo cittadino – si vive mediamente sue anni e mezzo in più della media nazionale. Perché? Perché c’è un grande senso della comunità, una buona socialità, perché le persone si sentono coinvolte. Dobbiamo quindi continuare a costruire un percorso di comunità che sia sempre più aperta ed inclusiva».
«Ecco perché  – ha proseguito Muzzarelli – non posso che accogliere con favore  la riflessione che state avviando oggi: teniamo presente che se da una parte siamo più longevi, dall’altra abbiamo un forte tasso di denatalità  per cui dobbiamo diventare una realtà che sia attrattiva per i giovani e protettiva per gli anziani e le persone fragili,  evitando così che cadano nel ‘trip della paura’ e che si chiudano in solitudine nelle loro case».

«Ed è proprio in  quelle case – ha concluso il sindaco –  che dobbiamo entrare  con una rete di operatori del sociale che abbiano fra loro  collegamenti “di sguardo e di azione” in modo da garantire a tutti i cittadini, indipendentemente  dalla loro condizione,  pari dignità, equità e parità sociale.  Questa che si sta intraprendendo oggi è la strada giusta, percorriamola insieme».

«Come Associazione italiana Assistenti Sociali e Formatori è la prima volta che ci relazioniamo con questa modalità con la vostra regione – ha dichiarato Francesca Pirilli, presidente AIASF – questa è quindi un’occasione molto propizia per farci conoscere, per aprire spazi nuovi, creare una rete che porti nuove opportunità formative e operative. Il nostro mondo e quello del  volontariato hanno un fondamentale aspetto in comune:  aiutiamo le  persone ad aiutarsi».

Alessandra Matarrese, assistente sociale specialista e professional counselor presso lo sportello sociale del Comune di Modena, ha illustrato nel dettaglio l’organizzazione territoriale e  il funzionamento del servizio (un polo sociale  per ognuno dei quattro quartieri di Modena e il Puass – punto unico di accesso social-sanitario): «Lo sportello sociale – ha spiegato – è organizzato in tre uffici principali e  raccoglie in sé tutte le problematiche lavorando  in stretta collaborazione con le diverse aree del Comune e con  i poli sociali. E’ un lavoro di comunità che punta sul cambiamento culturale, di approccio e nel modo di operare». Parlando poi del concetto di “prossimità” (attività di aggregazione che si esplica ad es. nel co-housing, negli orti urbani, nei gruppi di acquisto autogestiti) e delle sfide che questo comporta,  Matarrese ha spiegato come ogni polo sociale  porti avanti  progetti sperimentali di comunità e percorsi formativi  ad hoc per i cittadini per rispondere sempre più a questa nuova esigenza.

860 associazioni, 100mila volontari attivi, 700mila soci, 2700 ambulanze, 500 mezzi di protezione civile: sono questi i numeri, come ha spiegato Paolo Rebecchi responsabile Protezione civile Anpas Emilia-Romagna che riassumono chiaramente l’attività e la struttura  dell’Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze. «Ogni Pubblica Assistenza – ha spiegato –  è autonoma ed elegge il proprio consiglio direttivo, poi sui riunisce  in comitati regionali un po’ come fanno le imprese che si riuniscono in associazioni categoria». Rebecchi  ha poi illustrato come opera Anpas nell’ambito del sistema nazionale di protezione civile intervenendo sempre  nelle piccole e grandi calamità.

«Facciamo quello che sappiamo fare, ognuno per le proprie competenze, ha spiegato,  e con riferimento al tema della giornata, Rebecchi, che è personalmente intervenuto nelle diverse grandi calamità che hanno colpito il nostro Paese, ha spiegato i contesti sociali riscontrati nei  campi di protezione civile Anpas: «Oltre alle necessità primarie dettate dalla situazione contingente  – ha detto – è fondamentale saper leggere gli altri  bisogni delle persone, quelli che sembrano minori ma sono altrettanto importanti;  la natura stessa ci insegna che si può resistere e co-esistere se si hanno obiettivi comuni».

«La nostra parola chiave è “occhi” – spiega Marco Landi, operatore volontario della Croce Blu di Modena – perché il volontario guarda la città in modo diverso, con occhi che vedono le situazioni di fragilità fisica e non solo. Per questo la nostra associazione ha già iniziato un percorso di segnalazioni agli assistenti sociali ogni qualvolta ci imbattiamo in situazioni che potrebbero essere a rischio. Gli assistenti sociali poi si attivano e in seguito ci danno un feedback per aiutarci a capire se la nostra segnalazione fosse effettivamente motivata». «Noi quindi siamo gli occhi – ha concluso Landi – ma gli occhi non bastano perché le fragilità vanno gestite e risolte».

Per la Regione Emilia-Romagna è intervenuta Gemma Mengoli, funzionaria specialista del settore sanità e servizi sociali e referente, per l’Agenzia regionale di Protezione civile, del coordinamento delle funzioni socio-sanitarie-scolastiche per gli eventi calamitosi.

«In emergenza – ha spiegato  –  il servizio sociale ha la dimensione delle relazioni ed è ciò che rimane quando tutto il resto è  distrutto. Nei campi di protezione civile che accolgono gli scampati a una calamità, il compito del servizio sociale è quello di monitorare tutte le situazioni (anche ad esempio quello di capire se occorrono tende particolari per situazioni particolari),  è necessario sapere chi sono le persone vulnerabili e per saperlo bisogna  farlo porta a porta, caso per caso, andando di persona sui luoghi colpiti.   Ma occorre anche  far diventare procedurale  e metodologica l’esperienza acquisita e vissuta dagli operatori dei diversi settori convolti nelle emergenze, in modo da essere in grado di poter gestire l’emergenza anche a distanzia grazie a procedure codificate e alle competenze acquisite sul campo».

Stefania Pelosio ed Elena Addessi, entrambe assistenti sociali volontarie A.S.Pro.C  (Assistenti sociali per la protezione civile)  hanno portato la loro esperienza  nei campi di protezione civile.

«La fragilità – ha spiegato Stefania Pelosio  – è lo stato dinamico di un individuo che sperimenta dalle perdite: in emergenza – ha sottolineato – la responsabilità delle categorie fragili è in  capo ai servizi sociali che vengono supportati e affiancati dal sistema di protezione civile e dal volontariato (anche se purtroppo capita a volte che nei campi i servizi sociali vengano esclusi). Quanto alla categorizzazione predefinite dei fattori di rischio sono certamente importanti, ma in emergenza ci sono vulnerabilità nuove e diverse che vanno identificate e salvaguardate mettendo in atto tutta una serie di fattori di protezione appositamente pensati per quella situazione».
Elena Ruggero ha fatto presente  come, quando si verifica una calamità e si attiva il sistema di supporto alla popolazione , succeda anche che alcune fragilità migliorino: un esempio quello degli immigrati che nel quotidiano hanno poco o e nulla e che in quella situazione invece si trovano improvvisamente assistiti e tutelati. O come, viceversa, sia necessario supportare quei  colleghi assistenti sociali locali che, mentre operano a favore della popolazione colpita,  sono essi stessi vittime del medesimo evento calamitoso.

Infine una testimonianza dalla Calabria, quella di Rosaria Fiore, assistente sociale componente del direttivo Aiasf , dipendente Anpas e promotrice dell’incontro. Fiore, che ha operato in diverse regioni italiane, ha sottolineato l’importanza della formazione e di avere strategie comuni fra assistenti sociali e volontariato e la necessità di  individuare nuove forme comunicative come strumento indispensabile per parlare con le persone, soprattutto quelle fragili. A questo proposito ha illustrato diversi progetti adottati dalla Pubblica Assistenza per cui lavora, la ASPA di Acri (CS), fra questi un coinvolgente video amatoriale realizzato da ragazzi del luogo sul tema della dipendenza da tabacco e fumo.

Al termine della mattinata il racconto di Caterina e Barbara, assistenti sociali e volontarie di protezione civile, che hanno brevemente illustrato la loro esperienza con riflessioni sui linguaggi comuni, sulla formazione e sulla prevenzione intesa anche dal punto di vista delle emozioni.

Le conclusioni dei lavori sono spettate a Elisa Comandini per Aiasf e Carlo Castellucci per Anpas: «Quello di oggi è un esperimento riuscito –  ha dichiarato Castellucci -. Ci siamo conosciuti, guardati da vicino e ora dobbiamo dare un seguito concreto a quanto ci siamo detti. Ci incontreremo di nuovo per raccontarci cosa siamo riusciti  a fare per dare corpo a questo progetto».

Quindi, con la prospettiva di un nuovo incontro operativo a breve, la mattinata si è definitivamente conclusa con un aforisma proposto  da Elisa Comandini:
“Agisci come se quel che fai facesse la differenza. La fa”.

 A cura di: Patrizia Calzolari

Servizio comunicazione – Ufficio stampa